Modello: Sviluppo Sostenibile e scelte consapevoli

SVILUPPO SOSTENIBILE:

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel 1983, ha adottato la risoluzione 38/16, che crea la Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo. Tale Commissione era incaricata di stabilire un rapporto (poi chiamato “il nostro futuro comune” o rapporto Brundtland), che sarebbe stato presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, alla sua 42esima sessione, nell’autunno 1987. È in quell’occasione che viene sviluppato il tema dello sviluppo sostenibile, come lo sviluppo che “soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. Successivamente, nel 1992, sulla base di tale rapporto, è stata progettata la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo, svoltasi a Rio de Janeiro (Brasile), detta anche Vertice della Terra. In tale Conferenza, si è avuta la convalidazione politica e ideologica del termine di sviluppo sostenibile e si sono condivisi alcuni principi, come per esempio il principio della partecipazione, il principio di chi inquina paga e il principio di precauzione.

Lo sviluppo sostenibile poggia su tre pilastri (detti anche dimensioni): la solidarietà sociale (società), l’efficacia economica (economia) e la responsabilità ecologica (ambiente). Esso viene rappresentato mediante tre cerchi per illustrare la sua articolazione sui tre domini: economia, società e ambiente. I tre pilastri marciano uniti ed hanno la stessa importanza. L’efficacia economica ha a che vedere con l’internalizzazione dei costi ambientali e di tutte le esternalità negative. Tale concetto rende l’azione economica più efficace e porta alla realizzazione della Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) e della green economy. La solidarietà sociale permette di evitare discriminazioni sull’uomo, ma anche sull’ambiente stesso. Infatti, l’ambiente non viene più visto come un bene privato a disposizione del primo venuto in un’ottica da far west, ma come bene e risorsa pubblica che va conservata e rispettata. La solidarietà sociale permette di evitare discriminazioni sull’uomo, così come la responsabilità ecologica evita le discriminazioni sull’ambiente.

Se partiamo dal principio che ogni realtà culturale, attraverso le sue particolarità e contraddizioni interne, declina lo sviluppo sostenibile attraverso il proprio modo di vedere, allora si può dire che lo sviluppo sostenibile è da pensare al plurale. Nel modello a tre pilastri sopra descritto, la cultura riveste solo un riconoscimento implicito nella nozione di sviluppo sostenibile. Infatti, viene ricondotta a sottoinsieme dei pilastri economico o sociale. Riconoscere che ogni popolo, gruppo o insieme di persone ha una cultura propria e agisce secondo chiavi di lettura culturali, significa dire che lo sviluppo sostenibile, per crescere e radicarsi effettivamente in ogni contesto territoriale e locale, deve essere adattato e adeguato a metodi, comportamenti e approcci compatibili con la cultura locale. Ciò permette una più comprensibile innovazione e trasformazione reale, nel rispetto delle specificità e senza perdere niente di ciò che è compatibile con lo sviluppo sostenibile. Pertanto, è necessario che, oltre ai tre pilastri sopra elencati, se ne aggiunga un altro, di matrice culturale. Questo approccio è già stato riconosciuto dall’UNESCO, che ha sostenuto come la diversità culturale sta all’uomo, come la biodiversità sta alla natura. Qui, noi vogliamo andare oltre, perché anche una semplice prospettiva culturale è riduttiva e potrebbe provocare episodi di omogeneizzazione culturale delle minoranze all’interno di ogni territorio. Il riconoscimento culturale nasce dal dialogo e dal rispetto reciproco.

Per esempio, per un europeo una foresta è un ecosistema avulso dal suo quotidiano, che va preservata in un’ottica ecologica. Per un africano, invece, una foresta è anche un fenomeno culturale e non si può imporre un modello solo ecologico di salvaguardia e di protezione senza tenere in conto altri aspetti che hanno senso per le popolazioni che vivono la foresta. Infatti, per alcuni popoli africani, la foresta è un luogo sacro, una farmacia, un supermercato, un cimitero, un’agorà, ecc… E nella sua salvaguardia sostenibile, attraverso il dialogo, si possono apprendere molte dinamiche di quel tipo di culture che nel corso dei secoli hanno vissuto nella foresta sempre in modo sostenibile, come patrimonio da lasciare ai propri discendenti. Ogni cultura ha qualcosa da dare e da ricevere. Per questo è importante il dialogo, al fine di valorizzare le diversità.

DIFFERENZE NORD – SUD:

Il pianeta terra, oggi, malgrado l’aumento vertiginoso della popolazione mondiale, potrebbe ancora produrre una quantità di alimenti sufficiente per sfamare tutti i suoi abitanti, ma milioni di persone sono malnutrite e muoiono per mancanza di cibo. Le più rilevanti cause all’origine del problema “fame nel mondo” sono: la disomogenea distribuzione delle risorse, la siccità, l’esaurimento del terreno, l’abbandono dell’agricoltura e la cattiva pianificazione. Accanto a questi cause troviamo la coltivazione intensiva di latifondi da parte delle multinazionali nei Paesi del Sud del Mondo. Per esempio, esistono piantagioni di banane grandi quanto un terzo di tutta l’Italia. Banane, banane e banane a perdita d’occhio. Questo comporta che, se la migliore terra agricola del Sud è utilizzata per produrre beni e prodotti per il Nord, si perderà sovranità alimentare e non ci sarà più spazio per produrre cibo per l’autosostentamento. La questione non vale solo per le banane, ma anche per il caffè o per il cotone. Molti individui lavorano in condizioni aberranti di sfruttamento. Questo non riguarda solo gli individui adulti, ma anche i bambine e le donne (comprese quelle incinta). Lavorano tutto il giorno per produrre un prodotto che non possono consumare e ricevono meno di un dollaro al giorno per il loro lavoro. Basti pensare che 1 kg di banane nei Paesi del Sud del Mondo costa 20 cent, per poi passare ad un costo di 1,4 €/kg in Europa. Inoltre, il prezzo di quei prodotti viene stabilito nelle borse di Londra e di Chicago. Questa è una delle ragioni della povertà e del sottosviluppo nel Mondo.

Quando parliamo di sottosviluppo intendiamo riferirci a una condizione di povertà, di arretratezza e di miseria, talora estreme. Esiste il problema di quantificare il fenomeno attraverso dati precisi da confrontare tra loro. Per avere una radiografia ampia delle condizioni sociali ed economiche di uno Stato, dal 1990 il Programma per lo sviluppo dell’ ONU (UNDP, United Nations Development Program ) ha elaborato un indicatore di sviluppo combinando tre dati:

  • il livello di salute, rappresentate dalla speranza di vita alla nascita;
  • il livello di istruzione, basato sul grado di alfabetizzazione;
  • il livello di reddito, calcolato sul PIL ( Prodotto Interno Lordo ) pro capite.

I dati vengono elaborati in un unico indicatore, l’ ISU , rappresentato da un numero che varia da 0 a 1. Più si avvicina all’1 più un Paese si ritiene sviluppato e avanzato, viceversa, più si avvicina allo zero più un Paese si ritiene sottosviluppato e arretrato. In base a questo si possono suddividere i Paesi tra:

  • Paesi a sviluppo umano molto elevato ( ISU superiore a 0,900)
  • Paesi a sviluppo umano medio – alto, (ISU da 0,899 a 0,750 )
  • Paesi a sviluppo umano medio – basso, (ISU da 0,749 a 0,331)
  • Paesi a sviluppo umano molto basso, ( ISU al di sotto di 0,331).

Seguendo i dati ufficiali dell’ISU, sappiamo dunque per certo che molti Paesi africani, asiatici e sudamericani presentano una situazione di arretratezza. La popolazione dell’Africa Sub Sahariana nonostante la situazione sanitaria carente, presenta un elevato incremento demografico naturale. La disponibilità di servizi sociali e di beni risulta inesistente per buona parte della popolazione. La mortalità infantile e il tasso di analfabetismo sono i più alti del Mondo, mentre il PNL pro capite è minimo. Ciò rileva una grave situazione di sottosviluppo, che spinge gli abitanti a emigrare verso gli stessi Paesi ricchi per i quali già lavorano e che decidono delle loro vite, del costo dei loro prodotti e dell’uso delle loro risorse.

La richiesta petrolio, di legno pregiato, di prodotti agricoli e di risorse minerarie da parte degli europei, incide profondamente sugli equilibri dell’Africa. I conflitti e l’insufficiente sviluppo di molti Paesi africani e asiatici dipendono anche da questo. Uno dei motivi per cui il Sud non riesce a svilupparsi adeguatamente è che non ha realizzato modi di sviluppo adatti alle proprie necessità e alle proprie condizioni ambientali e sociali, ma insegue quelli del Nord e le esigenze dei Paesi del Nord.

IL POTERE DI SCEGLIERE

Noi però possiamo fare qualcosa, che è molto più utile che sostenere con donazioni i Paesi più poveri. Noi siamo consumatori e abbiamo un grande potere di scelta. Possiamo scegliere i prodotti da consumare e mettere in atto un consumo critico. È un atteggiamento che consiste nel comprare sulla base non solo del prezzo e della qualità ma anche della storia del prodotto e della condotta della casa produttrice. Il consumo critico è possibile e non richiede sacrifici, ma coerenza, consapevolezza e informazione . Il suo asse porta

nte è la politica del boicottaggio, che consiste nell’interruzione organizzata e temporanea dell’acquisto di uno o più prodotti per indurre i produttori a comportamenti diversi. Dopo essere state criticate da organizzazioni sindacali e da gruppi in difesa dei diritti dei bambini, alcune aziende produttrici d

i materiali sportivi (tra cui la Nike, la Reebok e l’Adidas) hanno deciso di adottare un codice che elimini l’uso del lavoro minorile nelle loro fabbriche. La stessa cosa è valsa per la casa produttrice di jeans Levis. Tenendo fermo il fatto che per produrre un paio di jeans ci vogliono tra i 150 e i 200 litri di acqua, mentre molte persone al mondo non arrivano ad un consumo di 10 litri di acqua al giorno, la Levis ha deciso, a seguito di un boicottaggio, di certificare i propri prodotti e di controllare tutta la catena di produzione per evitare che si sfrutti l’uomo e l’ambiente. Molte imprese multinazionali hanno delocalizzato dove il lavoro costa meno e dove non esistono leggi a tutela del lavoratore e dell’ambiente. Ma dove queste leggi esistono si può fare molto per globalizzare, non solo i capitali e le merci, ma anche i diritti e le salvaguardie per l’uomo e per l’ambiente. Capita, molte volte, che una multinazionale abbia numerosi contractor e numerosi fornitori che, a loro volta, possono sfruttare l’ambiente e le persone. Questo succede soprattutto con le società cosiddette leggere, che non producono niente in proprio, ma mettono in subappalto la produzione e poi, successivamente, appongono la loro firma. Si deve far capire alle multinazionali che è loro interesse vigilare anche su questi fornitori cui è stato subappaltato il lavoro. La forza è tutta dalla parte del consumatore e l’azienda, che ho un nome da difendere, è spinta ad adottare comportamenti responsabili.

Proprio per questo, anche a seguito del pilastro dello sviluppo sostenibile dell’efficienza economica, molte società hanno adottato protocolli come la Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) o certificati come gli “International Organization for Standardization (ISO).

Tra i più importanti si annoverano gli ISO 9000 (sistema di gestione della qualità per migliorare l’efficienza nella produzione di un prodotto), ISO 14000 (sistema di gestione ambientale per il rispetto dell’ambiente), ISO 22000 (in materia di sicurezza alimentare), ISO 26000 (responsabilità sociale), ISO 27000 (sulla sicurezza delle informazioni). Esistono altri tipi di certificazione, come l’OHSAS 18001 sulla gestione della sicurezza e salute dei lavoratori, la certificazione FSC (Forest Stewardship Council) per conoscere l’origine del legname, l’SA 8000 che certifica l’Etica delle imprese, ecc… Molte di queste certificazioni, per un’azienda, sono facoltative, ma sempre più aziende le stanno adottando per mantenere una buona reputazione e stare sul mercato. Accanto alle certificazione deve esistere, parallelamente, anche la curiosità personale che deve spingere ad interrogarsi e a fare delle domande su ciò che si consuma. Quindi il potere di noi consumatori è enorme e il miglior modo per fare delle buone scelte è conoscere l’origine di un prodotto, la sua storia e la sua vita. Questo è il miglior modo che abbiamo, singolarmente e collettivamente, per contribuire ad aiutare la popolazione e l’ambiente dei Paesi del Sud del Mondo.

Nel nostro piccolo cerchiamo di premiare la creatività locale che non può essere delocalizzata e la filiera corta di materiali che esistono già e che andrebbro al macero. Cerchiamo di educare alla sostenibilità e al consumo critico. Cerchiamo, attraverso laboratori di riuso creativo e attraverso la costruzione di una rete della sostenibilità, di contribuire a migliorare il mondo in cui viviamo. Noi come altre persone, in altri luoghi e/0 con altri mezzi, lottiamo per cambiare paradigma di sviluppo e di vita. Il motto “il tempo è denaro” non fa per noi. Riappropiamoci del nostro tempo e dei nostri luoghi. La nostra non è una lotta violenta, ma pacifica, di convincimento e di dialogo. La consapevolezza che le cose, così come stanno oggi, non funzionano più, è diffusa. Noi proviamo a indicare una via che, insieme ad altre, aiuterà l’uomo a superare le contraddizioni del suo sviluppo.

Da soli abbiamo poco peso, ma insieme possiamo fare la differenza!

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